Radici

Il Natale è ormai alle spalle, l’aria è bella frizzantina come piace a me,

le luminarie stanno facendo la loro ultima comparsa,

mentre le vetrine cominciano a spogliarsi dell’abito delle feste. 

Ci si sente ancora frastornati da tutto lo scintillio dei giorni appena trascorsi.

E’ un pomeriggio soleggiato d’ inverno, di quelli che vorrebbero ricordarci come la primavera non sia poi così lontana.

Quasi senza volerlo, vincendo un pò di pigrizia postprandiale, mi ritrovo a percorrere calli e ponti e passo dopo passo sono già arrivata in prossimità della piazza più bella del mondo: S. Marco. Ma questa volta non mi faccio trattenere da lei e proseguo arrivando in prossimità della punta della dogana. Sono le 17.00, siamo già al tramonto ed inutile dire, da queste parti è un vero spettacolo: si rallenta il passo, ci si ferma ad ammirare il bacino di S. Marco con tutti i giochi di luce che si vengono a creare.

Questa volta però la mia attenzione viene catturata da un’ immagine che all’apparenza non ha molto di poetico:  una chiatta con dei grandi ed imponenti tronchi, disposti ordinatamente uno accanto all’altro;

ed allora direte voi che c’entra?

Beh con il Natale poco, ma con tutto il contesto molto:

si tratta delle radici di Venezia.

Non mi riferisco a quelle storiche, che tutti più o meno conosciamo, ma a radici vere che affondano nel fango per mettere d`accordo terra ed acqua.

Sono radici che profumano di larice, pino, provenienti da boschi secolari, sono legni forgiati dal vento, dalla neve e dal sole ed ora  assolvono ad un importante ruolo: quello di dare forza e stabilità a qualche imponente palazzo.

Questi ed i loro predecessori sono legni che hanno l’arduo compito di sorreggere  e dar forza ad un’ intera città.

Tutto questo proprio grazie ad un insolito equilibrio tra tre elementi: fango, legno ed acqua … ma che strana combinazione, una combinazione riuscitissima e che “regge” da secoli.

E’ proprio vero come dietro ogni storia importante ci siano radici altrettanto importanti, che non si possono dimenticare.

 


I fenicotteri se ne sono andati

Il giorno prima se ne potevano vedere circa cinquecento. Così ci ha detto qualcuno appena siamo arrivati.

Peccato !

Mi guardo intorno nella speranza di vederli.  Ma niente, neanche l’ombra, cerco di immaginare la scena, ma le acque sono tranquille, silenziose quasi immobili, quasi fossero disabitate.

I fenicotteri si sa, si muovono in continuazione, come se non riuscissero mai a trovare una loro dimora definitiva, probabilmente sono degli esseri irrequieti o magari particolarmente esigenti, vai a capire. Chissà !

Ma arrivare in questo luogo non è mai un giro a vuoto.

Lio Piccolo, un microcosmo dalle molteplici sfaccettature, racchiude ancora tracce di natura ancestrale, di antichissime tradizioni, di storia, senza contare l’aspetto prettamente naturalistico.

Alle valli, così noi della zona le chiamavamo in modo quasi confidenziale, sono particolarmente legata. Sono state una presenza costante e silenziosa che ha accompagnato tutta la mia infanzia.

Le passeggiate, i giri in bici nelle caldissime estati, in barca quando si scendeva sulle barene a raccogliere Limonium da fare essiccare. Se ne riempivano dei cesti, I fiori con il loro particolare odore,  ci tenevano compagnia per molti mesi senza sgualcire.

Ogni tanto mi ritorna in mente il ricordo di quel lontano pomeriggio d’inverno, quando io ed un’amica allora bambine, ci siamo azzardate a pattinare sulle acque lagunari  ghiacciate: ovviamente con scarponcini del tutto inadatti, ovviamente non del tutto consapevoli dei rischi. C’erano infatti alcuni i punti in cui il ghiaccio si assotigliava così tanto da far riemergere l’acqua che diceva … blub blub.

Fortunatamente i nostri pesi ancora acerbi e la nostra buona stella, hanno fatto sì che quel pomeriggio rimanesse impresso come un momento di spensieratezza assoluta e non come una brutta avventura.

Il ricordo lo conservo gelosamente:  vedere il panorama delle valli ghiacciate, scivolare sul ghiaccio, qualche piroetta e per giunta godersi il panorama dalla parte dell’acqua non ha prezzo, diceva una pubblicità.

Ma tornando ad oggi, quando si arriva, quello che si percepisce è un senso di pace e tranquillità come se il tempo non avesse più importanza, fosse un elemento della vita del tutto trascurabile.

Magari !

Infatti questo momento di estasi quasi mistica, viene interrotto dal rombo di un’allegra brigata di  nostalgici centauri in vespa, oltre che da numerosi ciclisti che si avventurano lungo le sottilissime  lingue di terra. Evidentemente ognuno vive a modo proprio queste dimensioni naturali.

Questa volta non porto a casa cesti di limonium, ma qualche scatto fotografico,   una garzetta che vuole fare da protagonista tra le barene, una bricola piantata per terra, forse per non dimenticare che a pochissima distanza c’è lei, Venezia, ed una chiesetta.

E poi la laguna pochi minuti  prima del buio.

Prima di andarcene, abbiamo colto l’occasione di portarci a casa un pò di quei frutti che la stagione propone: giuggiole, melograni, una zucca ed anche un pezzo di artigianato locale: un’anatra intagliata nel legno .

La giornata è passata troppo in fretta, come succede spesso quando si trascorre un bel momento, ma è stata sicuramente appagante.

Ci sarebbero state ancora molte cose da vedere…

Comunque sia ci tornerò, forse con la nebbia, oppure quando i Limonium saranno in fiore, oppure … quando saranno tornati i fenicotteri.