Il primo segno di primavera a Venezia: natura, dettagli e passi lenti

L’obiettivo imperfetto è uno sguardo tra natura, tradizioni e dettagli di quotidianità.

Ogni angolo può custodire una storia, se ci si ferma abbastanza a lungo per ascoltarla: un giardino, un muro che respira, una luce tra i rami.

Dopo una lunga pausa, torno a raccontare quello che vedo — non solo a Venezia, ma nei luoghi che vivo ogni giorno.

Questo è un diario visivo fatto di racconti verdi, dettagli e memoria.

Un invito a rallentare. E a guardare un po’ più da vicino.

In questi giorni in cui il verde sta tornando, a grandi passi, è bello notare i primi segni di primavera: un glicine su un muro scrostato, un vaso dimenticato che vorrebbe esplodere di fiori, una vite che si arrampica su un portone antico.

Radici di glicine, che dal terrazzo affondano nel terreno lagunare

Ci sono momenti in cui si ha bisogno di una pausa, di silenzio, per ritrovare uno sguardo più sincero.

E ora che la primavera si sta affacciando tra le pietre e le calli, ho sentito che era il momento giusto per tornare.

Questo è il mio modo di tornare a casa.

È da lì che riparto.

Nei prossimi mesi vorrei portarvi con me tra giardini nascosti, piccoli angoli verdi e tradizioni che resistono.

Niente di straordinario, solo vita quotidiana che merita di essere vista.

Per ora vi lascio con qualche scatto silenzioso che ho fatto in questi giorni, e con una domanda semplice:

Qual è il primo segno di primavera che notate nella vostra città?

Scrivetemelo nei commenti o, se vi va, mandatemi una foto.
Sono curiosa di guardare anche attraverso il vostro “obiettivo”.

Questo simpatico balcone, si trova a Rio del Trapolin (quale nome migliore)

Queste immagini sono state raccolte a Venezia, lungo il percorso che dalla Strada Nuova conduce al campo della Madonna dell’Orto.

La particolarità di questo luogo è che non è molto frequentato dai turisti: ci si può godere una passeggiata in tranquillità, ascoltando i propri passi.
È un angolo che offre molti scorci ricchi di storia e poesia.

Sullo sfondo di questo canale, una pianta di fico che cresce tra vecchi muri

Aprile arriva con piccoli suggerimenti verdi: nelle piante, nei muri, nei gesti.

  • Piante di Sedum palmeri, in piena fioritura. Hanno la meravigliosa caratteristica di non deludere mai: resistono alle dimenticanze. Se poi vengono affiancate a degli splendidi iris…
  • Glicini che riescono a inerpicarsi tra gli spazi angusti di muri antichi. Anche il tempo lascia le sue impronte… e va bene così.
  • Il piacere di riprendere a camminare, magari in compagnia di una macchina fotografica.

Iris abbinati a piantine di Sedum palmeri

Ogni stagione ha il suo modo di bussare alla porta.

Questa, per me, ha portato fioriture e vecchie strade da ripercorrere con occhi nuovi.

Spero che anche tu riesca a trovare il tuo primo segno di primavera —
fosse anche solo un raggio di sole su un muro, un profumo nell’aria,
un angolo dimenticato che ti fa fermare.

Glicini che si arrampicano su muri antichi a Venezia

Ci ritroviamo presto,
per camminare ancora tra dettagli, natura e memorie quotidiane.

Elisa

Sedum palmeri in fiore ad Aprile

Dopo i giorni della merla… vien la Candelora.

Quando vien la candelora de l’ inverno semo fora, ma se piove e tira vento de l’ inverno semo dentro.

Quante volte in passato, ho sentito questo proverbio.

Ai tempi della scuola, la mattina in cucina, ancora un pò assonnati ci si preparava bevendo una tazza di latte caldo e  mangiando biscotti, pane e marmellata. Qualcuno dei “grandi” intonava questo proverbio quasi come una cantilena,  molto spesso venivano raccontati  aneddoti di lontani trascorsi.  Si guardava fuori dalla finestra e si facevano pronostici meteorologici, nella speranza che l’inverno potesse finire al più presto.

A quell’ora era ancora buio, molto spesso appoggiando il naso al vetro, si intravvedeva della brina ghiacciata su tetti e sulle fronde degli alberi, tutto questo conferiva un aspetto magico, soprattutto per noi bambini che guardavamo incantati, mentre gli adulti commentavano un pò scoraggiati. Così dopo esserci ben rifocillati, ci si infilava addosso cappotto, guanti, sciarpa e berretto, si metteva la cartella in spalla e si usciva pronti a fare i conti con il generale inverno. Ma ahime’ spesso il proverbio aveva ragione e la maggior parte delle volte voleva dire: cari miei l’inverno non è ancora finito.

Dopotutto un generale non si arrende tanto facilmente.

Quando arriva la  Madonna Candelora, si celebra il rito di purificazione della Vergine Maria e la presentazione di Gesù al tempio, 40 giorni dopo la nascita, come prevedeva la legge giudaica per i primogeniti maschi . Venne chiamata così perché  il 2  febbraio si  benedivano le candele, avrebbero avuto il ruolo di proteggere da calamità e tempeste. La luce delle candele accese vuole simboleggiare Gesù Cristo luce del mondo. Si tratta in realtà di una tradizione molto antica, risalente al periodo precristiano .

Presentazione al tempio di Gesù  di Andrea Mantegna

Il giorno della candelora è preceduto dai tre giorni della merla 29-30-31 gennaio, secondo la tradizione popolare considerati i giorni più freddi dell’ anno, ma anche quelli che segnano la conclusione del periodo invernale, sicuramente molto più temuto in passato rispetto ad oggi. Queste tradizioni sono costellate da racconti e leggende.

In particolare, riguardo i giorni della merla, si narra che in passato vi fu’ un  un gelido inverno, forse il più gelido che vi sia mai stato. Una merla ed i suoi piccoli, furono costretti a trovare riparo dal gran freddo, che altrimenti non avrebbe lasciato loro scampo. Videro in lontananza, il fumo di un camino e quando lo raggiunsero si resero conto che questo luogo era caldo ed accogliente anche se fuligginoso. Vi trovarono riparo per ben tre giorni di tormenta, passati i quali le temperature si mostrarono più miti e così uscirono al primo raggio di sole per ritornare al loro nido, ma guardandosi l’un con l’altra si resero conto che le loro piume era diventate tutte nere.

Altri invece raccontano di una merla dal bellissimo piumaggio bianco, continuamente beffeggiata dall’ inverno, il quale non le voleva dare tregua tormentandola, con le sue gelate. Così la povera merla, cominciò ad accumulare cibo per lei ed i suoi piccoli in modo da non dover più uscire dal nido per un mese intero. Ma Gennaio che fino ad allora durava 28 gg, prese in prestito da febbraio tre giorni, per far scendere freddo e gelo in quantità. La merla dovette quindi trovare rifugio in un camino che la salvò , ma terminati i tre giorni, quando uscì, si accorse di essere diventata tutta nera come i suoi simili.

Ed allora, in questi giorni, auguriamoci di vedere il sole e sentirci accarezzare da temperature gentili, le gemme sono ormai pronte.