Radici

Il Natale è ormai alle spalle, l’aria è bella frizzantina come piace a me,

le luminarie stanno facendo la loro ultima comparsa,

mentre le vetrine cominciano a spogliarsi dell’abito delle feste. 

Ci si sente ancora frastornati da tutto lo scintillio dei giorni appena trascorsi.

E’ un pomeriggio soleggiato d’ inverno, di quelli che vorrebbero ricordarci come la primavera non sia poi così lontana.

Quasi senza volerlo, vincendo un pò di pigrizia postprandiale, mi ritrovo a percorrere calli e ponti e passo dopo passo sono già arrivata in prossimità della piazza più bella del mondo: S. Marco. Ma questa volta non mi faccio trattenere da lei e proseguo arrivando in prossimità della punta della dogana. Sono le 17.00, siamo già al tramonto ed inutile dire, da queste parti è un vero spettacolo: si rallenta il passo, ci si ferma ad ammirare il bacino di S. Marco con tutti i giochi di luce che si vengono a creare.

Questa volta però la mia attenzione viene catturata da un’ immagine che all’apparenza non ha molto di poetico:  una chiatta con dei grandi ed imponenti tronchi, disposti ordinatamente uno accanto all’altro;

ed allora direte voi che c’entra?

Beh con il Natale poco, ma con tutto il contesto molto:

si tratta delle radici di Venezia.

Non mi riferisco a quelle storiche, che tutti più o meno conosciamo, ma a radici vere che affondano nel fango per mettere d`accordo terra ed acqua.

Sono radici che profumano di larice, pino, provenienti da boschi secolari, sono legni forgiati dal vento, dalla neve e dal sole ed ora  assolvono ad un importante ruolo: quello di dare forza e stabilità a qualche imponente palazzo.

Questi ed i loro predecessori sono legni che hanno l’arduo compito di sorreggere  e dar forza ad un’ intera città.

Tutto questo proprio grazie ad un insolito equilibrio tra tre elementi: fango, legno ed acqua … ma che strana combinazione, una combinazione riuscitissima e che “regge” da secoli.

E’ proprio vero come dietro ogni storia importante ci siano radici altrettanto importanti, che non si possono dimenticare.

 


Palazzo ducale: colonnato e capitelli

Palazzo Ducale capolavoro del gotico Veneziano venne edificato in due fasi successive

La prima parte quella che guarda il bacino  e molo risale al  1300

La seconda di fronte a S. Marco venne costruita in un secondo tempo: nel 1400

Era la dimora del Doge e della sua famiglia, nonché simbolo della potenza della Serenissima in particolare della magistratura, quindi sede di giustizia.

Passeggiando lungo il colonnato, guardando all’insù, avrete notato i trentasei capitelli. Varrebbe proprio la pena prendersi del tempo per osservarli con attenzione.

Sono il risultato del lavoro di abili e anonimi scalpellini, chiamati tajapière

Sono delle finestre nel tempo, rappresentano storie di vita quotidiana, allegorie, ma per l’epoca, potevano rappresentare anche delle lezioni di vita, dei moniti.

I capitelli come dicevo sono trentasei, alcuni descrivono le virtù come l’umiltà, l’ onestà la carità e la giustizia; quest’ ultima, poiché considerata la più importante, è raffigurata nel capitello maggiore vicino alla porta di carta (la più prossima alla Basilica di S. Marco) in particolare rappresenta Re Salomone con il bambino conteso dalle due donne.

Riguardo i vizi invece, molto significativo è quello dedicato alla disperazione rappresentata da una donna che si trafigge la gola con una spada, mentre con l’altra mano si strappa i vestiti, ma oltre a questa possiamo vedere anche la vanità, rappresentata da una fanciulla che si guarda allo specchio,

l’invidia una figura femminile con due serpi sul capo i peccati di gola una giovane donna con una coscia di pollo in mano

Alcuni capitelli descrivono i lavori tipici dell’epoca: l’orefice, un ciabattino, un operaio dell’arsenale, un notaio , un fabbro .

Compaiono anche animali e volti umani con diverse espressioni.

La ventiquattresima è la colonna dedicata all’amore ed alla morte, merita di essere osservata con attenzione.

La storia descritta è piuttosto commovente, rappresenta nello specifico, la storia di una famiglia dall’incontro di due innamorati, il corteggiamento, la promessa di matrimonio, in modo molto pudico è rappresentato anche l’ amplesso per poi proseguire con la nascita di un bambino, un’altra scena descrive i genitori assieme al figlio un pò più grandicello, infine l’ultima, sicuramente la più toccante mostra i genitori che piangono la morte del figlio. Per aver scelto questa conclusione, si può pensare come la mortalità infantile all’epoca non fosse affatto un evento raro.

Il diciottesimo capitello, considerato il più bello,  dedicato alle dodici costellazioni

Quindi facciamoci pure venire il torcicollo e non perdiamoci l’occasione di fare un tuffo nel passato.

La descrizione comunque non è completa, ci sarebbe da dire ancora molto … non appena possibile aggiungerò qualche notizia mi più.